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DANZA DEL CONTATTO
Il nome “Danza del Contatto” è una finzione necessaria. L’attività si chiamerebbe “Danza della Trance”, ma personalmente ritengo che abbia assunto una connotazione, non solo che non corrisponde al rituale pluri – millenario di tutte le culture, ma soprattutto che A ME non piace.
Nel 2000, a seguito dell’organizzazione del “Festival New Age” di Trieste, sono entrato in contatto con la Trance Dance di Frank Natale (era ospite con la moglie) e con quelli che allora erano per me solo parole: “stati alterati di coscienza”. L’esperienza risuonò molto forte in me. Cominciai a frequentare persone che avevano praticato a lungo e approfonditamente (credevo) la Trance Dance e insieme ad altri ne impiantammo un’attività a cadenza settimanale. Vivendo dall’interno la cosa, ho avuto bisogno di andare a cercare la conoscenza e indagare sulle origini del “rituale”. Come molte operazioni “New Age”, anche questa apre delle porte su conoscenze sepolte e su potenzialità enormi, ma come la maggior parte delle suddette operazioni niuegiarie si ferma agli “effetti speciali” e ricerca solo questi.
Compresi che i fattori che portano allo stato alterato di coscienza sono quattro: la cosmologia in cui la tribù riconosce se stessa e le sue origini, l’utilità del rituale alla tribù e non al singolo, lo spossamento del corpo attraverso la danza e il ritmo ossessivo delle percussioni e dei canti (o musica inerente).
Il rituale originale (diverso nella forma a seconda della tradizione specifica di riferimento, ma uguale nell’intento e nell’ utilizzazione) si basa sul divenire della situazione e il “capo cerimonia” deve adeguare le condizioni a seconda degli eventi che si manifestano. Nella forma che io preferisco questi “cambiamenti”, o “adattamenti”, sono seguiti (e spinti ad esistere) dal cambio del ritmo in atto, sia con una nuova cadenza, sia con adeguate velocità. Quindi non si poteva più sostenere un incontro continuando ad usare CD audio, anche se intercalando con qualche percussione dal vivo. Decisi perciò di mettermi a studiare le percussioni africane.
Nel frattempo ho approfondito gli studi sugli stati alterati di coscienza (non se ne saprà mai abbastanza) dal punto di vista storico/antropologico, psicologico ed energetico. Ne sapevo già qualcosa avendo “praticato” dall’ ’89 lo “spirito” degli Indiani d’america e dal ’97 le discipline energetiche provenienti dalla Medicina Tradizionale Cinese. Ma ho preferito andare a cercare qualche conoscenza diretta in più nella cultura dei brasiliani (Santo Dajme, ayahuaska, Umbanda) e indiretta nei rituali dionisiaci dell’antica Grecia e nella Taranta del sud Italia.
Le conclusioni a cui sono arrivato mi hanno indicato il “lavoro “ che intendo svolgere.
La priorità dell'attenzione va, innanzi tutto, alla mancanza della “tribù”, la cui presenza è, invece, l’elemento essenziale perché si manifestino le condizioni "ambientali" per poter raggiungere lo stato di coscienza alterato. Il singolo può sperimentare vari stati di coscienza, alterati e non, ma se, come scopo finale, non ha quello di utilizzare e condividere le informazioni, ottenute nello stato alterato, “per” e "con" qualcuno, c'è il rischio che si manifestino espressioni egoiche e egotiche anche dannose all’integrità del singolo. Gli “effetti speciali” (urla, visioni, contorcimenti, sconquassamenti) rischiano di diventare un ulteriore causa di alienazione e di solitudine, se non diventano“utilizzabili”, che sia per il singolo o per altri. Non si può imporre l’esistenza di una “tribù”, ovviamente, ma si può interagire in un gruppo fino a scoprire, in una serie di incontri, gli intenti comuni e vivere il "rituale", alla fine, come un’integrazione di questi intenti nella propria vita da singolo
Per raggiungere questo stadio credo che serva la consapevolezza profonda della sensazione/percezione del “contatto”, che prima di tutto è quello con il Sé, poi con la Terra (che alla fine è la stessa cosa) e in fine quello con gli altri (il famoso “Siamo tutti Uno”).
Io propongo, ovviamente in base alle mie esperienze, un lavoro di percezione delle radici e del “grounding”, nel, sul e con il corpo . Con due intenti integrati: il primo è il sentire l’ "essere radicati" alla terra, e l’importanza che questo sentire ha, per non correre il rischio di far diventare l’esperienza una pura digressione mentale; il secondo è la percezione (il termine indica un passaggio dalla “sensazione” fisica all’integrazione nell’individuo attraverso un processo di elaborazione mentale) del co – movimento nella vita (co - mozione).
Inizialmente, propongo una serie di esperienze/esercizi con cui si può passare dalla sensazione alla percezione utilizzando la respirazione e il movimento liberato.
In un secondo tempo, nella totale libertà di espressione, e restando bendati, gli intervenuti possono scoprire da sé l’esperienza della rinuncia del controllo e l’abbandono al ritmo e alla danza.
Per focalizzare questa fase, mi è stato utile scoprire la differenza fra come intendiamo noi il “ballo” e come invece viene vissuto dalle culture più legate a tradizioni millenarie.
L’attenzione a cosa succede al proprio corpo, se all’inizio di questo lavoro sembra coercitiva e noiosa, protratta per un certo tempo permette di scoprire nuove opportunità di piacere e libera il singolo dalla necessità del divertimento fine a se stesso, fonte di frustrazioni maggiori di quelle che si propone di togliere.
C’è chi si è ritrovato a vivere l’esperienza dell’orgasmo sessuale senza che gli altri se ne accorgessero. Ricordo che si è bendati: sia per concentrare l'attenzione all'interno di sé, sia per garantire l’intimità, pur essendo in gruppo.
È il piacere, alla fine, con la secrezione degli ormoni ad esso sottesi, a creare uno stato, indotto dalla chimica interna, di “coscienza alterata”. Da quel momento in poi tutto può succedere perché si sa che, anche se non “succede” niente, per lo meno si è provato “piacere”.
Per saperne di più sulla “Danza del Contatto”, dovete chiedermelo perché, molto probabilmente, non dico delle cose, che io do per scontate.
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